Non chiamatela normalità

La violenza contro le donne continua a essere una ferita aperta nella nostra società. Nonostante i progressi legislativi, l’attenzione dei media e le numerose campagne di sensibilizzazione, ancora oggi troppe donne vengono uccise, ferite, umiliate, controllate o private della propria libertà.

La violenza di genere non è solo fisica: è anche psicologica, verbale, economica e sociale. È un problema culturale che coinvolge tutti, non solo le vittime.
Il film L’amore rubato di Irish Braschi (2016), guardato a scuola è un esempio forte di come la violenza psicologica possa insinuarsi lentamente all’interno di una relazione, fino a diventare distruttiva. Attraverso le storie delle protagoniste, emergono dinamiche purtroppo comuni: il controllo, la paura, la dipendenza affettiva. Guardando questo film, si capisce quanto sia fondamentale riconoscere in tempo i segnali di una relazione tossica.
Mentre il film Il diritto di contare di Theodore Melfi (2017) assegnato per le vacanze, pur affrontando un altro tipo di oppressione – quella razziale e di genere – ci mostra quanto sia dura la strada verso il riconoscimento e la libertà. Le tre protagoniste afroamericane dimostrano coraggio e determinazione in un contesto che le esclude in quanto donne e in quanto nere. Anche in assenza di violenza fisica, queste forme di discriminazione sono ferite profonde, che limitano le possibilità di realizzarsi.
 In mezzo a tutte queste riflessioni, mi rendo conto ogni giorno di quanto sia fortunata. Da quando avevo 13 anni – ormai cinque anni fa – ho la fortuna di vivere una relazione con un ragazzo che rappresenta per me tutto ciò che una relazione dovrebbe essere: rispetto, comprensione, presenza e amore. Mi ha sempre sostenuta nei miei sogni, come quello della pallavolo, accompagnandomi, motivandomi, credendo in me anche quando io avevo dei dubbi.
Ha sempre avuto un grande rispetto per la mia famiglia, ha saputo ascoltarmi nei momenti difficili, come quando ho perso mio cugino. In quel periodo di dolore e confusione, lui c’era. Silenziosamente, ma con tutto il cuore. Anche quando è molto impegnato, riesce sempre a trovare un momento per salutarmi o farmi sentire che ci tiene. E, anche se non ama studiare e non ha mai avuto un grande rapporto con la scuola, ogni sera si propone di interrogarmi e aiutarmi nei compiti, lo fa per me, per farmi sentire sostenuta, e questo è qualcosa che non si dimentica.
Vivere questo tipo di amore mi ha fatto capire quanto possa essere importante avere accanto qualcuno che ti rispetta e ti valorizza. Ma soprattutto, mi ha fatto aprire gli occhi su quanto tutto ciò non sia scontato. E su quanto sia fondamentale educare le nuove generazioni a riconoscere i segnali di una relazione violenta, ma anche a costruire relazioni sane.

Molto spesso, però, non ci rendiamo nemmeno conto che questa non può essere la normalità. Solo qualche giorno fa mi sono chiesta: “Ma se io uscissi con questa maglietta, potrei stare tranquilla?” “È troppo scollata?” Sono pensieri che una donna si fa ogni giorno, come se dovesse sempre valutare il proprio abbigliamento in funzione del pericolo. E questo, semplicemente, non può e non deve essere la realtà. È inaccettabile vivere con il timore costante del giudizio, con l’ansia di attirare attenzioni indesiderate solo per una scelta di stile. Spesso gli uomini non si rendono conto di quanto sia doloroso guardarsi allo specchio e domandarsi: “Chissà se stasera torno a casa.”

Per questo, credo che la scuola debba avere un ruolo ancora più centrale. Penso che sarebbe importante introdurre un’ora settimanale dedicata all’attualità e alla sensibilizzazione su temi come la violenza di genere, la parità dei diritti, l’educazione emotiva. Sarebbe uno spazio in cui non solo si discute, ma si ascoltano anche esperti, psicologi, e soprattutto testimonianze di donne che hanno vissuto esperienze difficili, per aiutare i ragazzi e le ragazze a riflettere, a capire, a cambiare.
 Io credo davvero che ascoltare storie vere aiuti a smuovere qualcosa dentro. A rompere il muro dell’indifferenza. A imparare l’empatia. Solo così possiamo iniziare a costruire un futuro in cui nessuno debba più sentirsi in pericolo per il solo fatto di essere donna.
 Ogni giorno, anche nei momenti più ordinari della quotidianità, mi capita di ascoltare notizie tragiche che riguardano donne vittime di omicidio. Sono sempre storie diverse, con contesti e volti differenti, ma con un epilogo che si ripete in modo dolorosamente identico: una donna uccisa. La frequenza con cui accadono questi episodi genera in me una profonda rabbia e un senso di impotenza. È difficile, infatti, accettare che in un Paese democratico e civile, nel XXI secolo, sia ancora così diffuso il fenomeno del femminicidio.
Confesso che a volte mi domando se la mia reazione emotiva sia eccessiva, ma non riesco a non pensare che per chi compie un atto tanto estremo e volontario – come togliere la vita a un altro essere umano – non dovrebbe esserci alcuna possibilità di reinserimento. So che la mia opinione può risultare controversa o impopolare, ma personalmente ritengo che, per casi estremi e premeditati, dovrebbe essere reintrodotta una pena quantomai esemplare. Alcune azioni sono talmente gravi e irreparabili da non poter essere né giustificate, né dimenticate, né totalmente riscattate. È una posizione dura, lo riconosco, ma nasce da un bisogno profondo di giustizia, non di vendetta.
Inoltre, ho la sensazione che tutto questo si sia aggravato negli ultimi anni, e credo che la pandemia da Covid-19 abbia avuto un ruolo importante in questo peggioramento. L’isolamento forzato, l’insicurezza economica, il sovraccarico emotivo e la mancanza di contatti sociali hanno aumentato le tensioni già presenti. Le persone sembrano oggi più fragili, più nervose, più inclini alla rabbia e meno capaci di gestire i conflitti in modo sano. Forse è anche una questione legata alla mia crescita personale – oggi sono più consapevole e attenta rispetto a qualche anno fa – ma mi sembra oggettivo che la percentuale di donne vittime di violenza, e in particolare di omicidio, sia aumentata in modo allarmante.
Questa situazione ha conseguenze dirette sulla percezione della sicurezza, soprattutto per noi ragazze. Non è più solo il buio della sera a generare paura: oggi provo un senso di inquietudine anche nel camminare da sola in pieno giorno. E ciò che rende tutto ancora più inquietante è la consapevolezza che la violenza può arrivare da chiunque, persino da chi ha la tua stessa età. Oggi si leggono notizie di ragazzi di appena 13 o 14 anni che portano con sé un coltello, che commettono atti violenti, che sembrano completamente disconnessi dal valore della vita altrui.
 Tutto ciò non dovrebbe mai diventare normale. Non possiamo abituarci alla violenza come se fosse un elemento quotidiano. Dobbiamo reagire, con l’educazione, con la cultura, con l’ascolto, e con leggi più efficaci. La sicurezza non dovrebbe essere un privilegio, ma un diritto fondamentale per ogni essere umano, e in particolare per ogni donna.

Tutto questo non può più essere ignorato. Serve un cambiamento forte, deciso, e serve adesso. Serve partire dall’educazione, dalla famiglia, dai media, dalle istituzioni, dalla scuola. Serve far capire che l’amore vero non fa male. Che il rispetto non è un favore, ma un diritto. E che la vita di una donna, come quella di ogni essere umano, vale sempre e comunque.
Io ho scelto di raccontare la mia esperienza non solo per dire che sono fortunata, ma per dire che è possibile costruire relazioni sane, rispettose, belle. E che dobbiamo tutti fare in modo che questo diventi la regola, non l’eccezione.

Il significato del 25 novembre

Il 25 novembre non è solo una data simbolica, ma un richiamo forte e urgente alla coscienza collettiva. In questa giornata si ricordano le vittime di violenza di genere, si dà voce a chi non ce l’ha più, e si riflette su una realtà che, purtroppo, continua a colpire milioni di donne in tutto il mondo. È un’occasione per fermarsi, ascoltare, informarsi, ma soprattutto per agire. La violenza sulle donne non riguarda solo chi la subisce: è una ferita sociale, culturale e umana che ci coinvolge tutti. Il 25 novembre ci ricorda che il rispetto, l’educazione e la prevenzione devono essere parte della nostra vita ogni giorno, affinché nessuna donna debba più vivere nella paura o nel silenzio.

Le scarpette rosse

Le scarpette rosse rappresentano il simbolo principale della lotta contro la violenza di genere. Questo gesto nasce nel 2009 dall’artista messicana Elina Chauvet, che ha voluto ricordare le donne vittime di violenza, tra cui sua sorella assassinata dal marito. Chauvet ha collocato in una piazza di Ciudad Juárez, città tristemente nota per l’alto numero di femminicidi, 33 paia di scarpe rosse. Oggi, questa installazione è stata replicata in molti paesi, tra cui l’Italia, come simbolo di denuncia e memoria .

Le panchine rosse

Le panchine rosse sono un altro simbolo diffuso in Italia e nel mondo. Inaugurate per la prima volta a Torino nel 2014, rappresentano il posto vuoto lasciato da una donna vittima di femminicidio. Ogni panchina è accompagnata da una targa con il numero nazionale antiviolenza 1522 e serve come luogo di riflessione e sensibilizzazione. Il progetto è promosso dal movimento Stati Generali delle Donne HUB e ha visto l’installazione di panchine rosse in numerose città italiane .

Il fiocco rosso

Il fiocco rosso è un altro simbolo utilizzato per sensibilizzare sulla violenza di genere. Sebbene originariamente creato nel 1991 come simbolo della lotta contro l’AIDS, il fiocco rosso è stato adottato anche per campagne contro la violenza sulle donne. 

Il colore rosso

Il rosso è il colore predominante in queste iniziative, scelto per rappresentare il sangue delle donne uccise e, al contempo, la forza e la determinazione nel contrastare la violenza. In molte città, durante la Giornata Internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne del 25 novembre, monumenti e edifici pubblici vengono illuminati di rosso come segno di impegno e sensibilizzazione. 

Ringraziamo per il contributo Alessia Ferrari classe 5A a.s. 2024/25

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