PAROLE DI COSE, MA ANCHE DELLA FATICA E DELL’AMORE – El Dòo, el Cansirèl, el Guìndolo

a cura di Giorgia Aganetti . Martina Guglielmini . Filippa Recchia, ID

Selezione di racconti inviati al concorso “Che storia!”, che ha una sezione dedicata alle “cose mute, oggetti, magari ancora nelle nostre case, ma scomparsi dall’orizzonte quotidiano, cui ci avviciniamo spesso solo con curiosità, ma che possono aprire ad un dialogo fra ieri e oggi, facendoci riscoprire un passato concreto e vivido”.

“Sono consapevole che vi è dell’ingenuità in questo raccontare, le tre autrici sono molto giovani, ma ciò che mi ha commosso è stato l’affetto con cui tutte parlano dei loro nonni, la protezione che sentono venire dal passato. Ogni anno scelgo un tema, un filo rosso che mi aiuti ad orientarmi tra tanti testi possibili e questa era stata la volta di ‘paternità/autorità’: dopo tanto tempo passato al chiuso nelle loro camere causa pandemia, mi sembrava che i ragazzi fossero stanchi del controllo ossessivo e spaventato dei genitori e quindi avevo pensato a letture antologiche o integrali un po’ liberatorie, ecco, anche contestatrici, o almeno che dimostrassero la debolezza di tanti padri autoritari. Sta emergendo, invece, il contrario: un gran bisogno di affetto e protezione che stranamente, o forse no, proprio i nonni, coloro che ci sono apparsi i più fragili durante il covid, sembrano saper meglio assicurare. Forse i nipoti si sono spaventati, hanno capito cosa rischiavano di perdere, o forse i loro genitori sono anche loro troppo disorientati, troppo poco autorevoli, invece, per offrire sicurezza. Fatto sta che ho capito quanto le tre storie selezionate (ma anche le altre) fossero legate tra loro non solo dal tema comune, gli oggetti del passato; non solo dalla dolce lingua dialettale del nostro territorio; ma soprattutto dall’amore per chi, con la fatica del lavoro quotidiano, ci ha voluto bene al punto di traghettarci fino a qui, in questo tempo strano e complesso, di cui capiamo così poco quando restiamo orfani di quella amorevole saggezza”. m.c.

El Dòo

Ogni volta che vado a trovare i nonni è un’esperienza unica e speciale, un viaggio nel passato, che mi arricchisce di tanti piccoli racconti di un mondo lontano, che a me sembra molto diverso da quello in cui vivo io, quasi una cosa surreale; un mondo forse più povero economicamente, ma, a detta di mio nonno, molto più ricco di valori veri. Oggi mi sono diretta nella soffitta dove, rovistando tra gli oggetti non più utilizzati, la mia attenzione è stata catturata da un vecchio attrezzo abbandonato tra la polvere e le ragnatele. Sembra un palo di legno sagomato, della lunghezza di circa due metri; vicino alle due estremità si trovavano degli anelli di ferro, con attaccate delle cinghie di cuoio e, al centro, è fissato un pezzo di legno di forma ovale. Decido di chiamare il nonno, lui arriva con un sorriso divertito perché ha già capito che oggi avrà una storia da raccontare. Infatti mi dice che questo è un attrezzo che usavano i suoi antenati, si chiama “giogo”, ma in dialetto loro dicevano dòo: mentre ascolto le sue parole, mi immedesimo in questo pezzo di legno e immagino la sua storia…

Sono un bell’albero di faggio, sano, forte e resistente, vivo tranquillo nel bosco con i miei simili, ma una mattina di inizio primavera, quando sento la linfa che ricomincia a scorrere tra i miei rami, vedo un vecchio contadino che si aggira minaccioso, con un’ascia sulle spalle. Si guarda attorno, scruta con attenzione le piante vicine, ma poi il suo sguardo torna su di me e, ahimè, inizia a colpirmi più volte, sempre più forte, finché non cado ai suoi piedi. Sono triste, ho molta paura, perché penso che la mia vita sia terminata, immagino che ora finirò a pezzettini in una stufa, non vedrò più il sole, il cielo azzurro e tutta la natura che mi circonda; ma il contadino ha altri progetti per me e, infatti, dopo avermi tagliato a pezzi di un paio di metri, mi porta a casa e sistema con cura tutti i miei rami in un bel posticino soleggiato. Da qua ho una bella visuale e ammiro sereno le stagioni che passano, il paesaggio che cambia e le persone che si muovono intorno a me. Poi arriva l’autunno, il contadino viene a prendermi e dopo aver scelto una delle mie parti migliori, inizia a lavorarmi con l’accetta e lo scalpello, poi ancora con un raschietto, finché la mia superficie diventa liscia e senza schegge. Dopo aver preso bene le misure mi fissa degli anelli di ferro molto robusti, ai quali attacca delle cinghie di cuoio, non riesco proprio a capire in cosa mi sto trasformando! Ultimato il procedimento, l’uomo mi guarda soddisfatto: non è stato un lavoro semplice, ma si vede che lui è molto abile nella lavorazione del legno e infatti quando ha tempo costruisce attrezzi per molti paesani, in cambio di prodotti alimentari o altro. Mi porta vicino a un recinto dove sono custoditi dei buoi, vengo posizionato sulla schiena di due animali molto robusti e intorno alla loro testa vengono legate le stringhe di cuoio. Mi fanno quasi paura questi bestioni, così grandi, muscolosi e con delle corna lunghe e affilate, ma per mia fortuna scopro invece che sono molto docili e tranquilli: infatti facciamo subito amicizia. Infine, al pezzo di legno che viene a trovarsi tra i due buoi, vengono fissate delle assi che sono collegate a un carro.I miei padroni fanno i taglialegna: mi accorgo di essere per loro un attrezzo molto importante e necessario per il lavoro: infatti, nei giorni successivi, torniamo nei boschi a tagliare altri alberi. Quando il carro è pieno, ci aspetta un lungo viaggio verso la città. È un’esperienza bellissima, vedo dei paesaggi nuovi, ci lasciamo alle spalle i monti e i boschi: davanti a noi si apre un territorio pianeggiante di cui non si vede nemmeno la fine. Lungo la strada raggiungiamo molti paesi e incontriamo altre persone che, come noi, trasportano merci di vario tipo, alcuni perfino del ghiaccio, prodotto dentro alle giassàre, pozzi di pietra tipici della Lessinia. Un contadino, invece, ci racconta che viene dalla bassa veronese, anche là utilizzano el dòo, ma per trainare l’aratro o per macinare il grano. Dice che ha imparato ad usarlo da piccolo, forse aveva sette o otto anni, riusciva a fatica ad arrivare a impugnare l’aratro, tanto era basso. Siamo arrivati! La città è impressionante, ci sono edifici ovunque, centinaia di persone camminano per le strade e si vede anche qualche automobile. La cosa che preferisco è il fiume Adige, che scorre attraverso il centro abitato, sotto ai ponti bellissimi della Pietra, di Castelvecchio, e penso che l’acqua, che si trova qua adesso, in qualche modo è passata anche dalle mie montagne. Scarichiamo la legna e lasciamo riposare un po’ i buoi, ma poi dobbiamo riprendere il viaggio verso casa, perché la strada è ancora lunga e tra poco farà buio. Io e i miei amici animali siamo diventati inseparabili, anche se a volte si lamentano che peso un po’ e sono stanchi di portarmi in giro e fare solo loro il lavoro duro, mentre io mi rilasso e mi godo il panorama. Secondo me, invece, sono fortunati ad avermi, perché così possono dividere la fatica e aiutarsi a vicenda. Le persone più benestanti, che possiedono i cavalli, utilizzano il giogo singolo e lo sforzo spetta a un solo animale, poveretto. I giorni che non andiamo per legna, ci aspetta il lavoro nei campi: portiamo sempre il carro, ma in questo caso carichiamo il fieno. Insomma, non ci si annoia mai, c’è sempre qualcosa da fare. Le mie giornate scorrono serene, sono felice di non essere finito nella stufa, ma di aver avuto il dono di questa seconda vita. Se fossi rimasto un albero, non avrei potuto fare le esperienze meravigliose che ho vissuto, vedere molti posti nuovi e conoscere tante persone con le loro storie. Il nonno smette di parlare e io mi desto, come se fossi stata immersa in un sogno fantastico. Osservo ancora quel pezzo di legno, credo di essermi affezionata un po’ e un’idea comincia a girarmi per la testa…non posso lasciarlo lì a marcire o ad essere divorato dai tarli, voglio dargli una nuova vita: mi piacerebbe farlo restaurare e magari trasformarlo in qualcosa di utile, tipo un lampadario per una baita, o semplicemente appenderlo alla parete, come ricordo di un pezzo di mondo che appartiene ai miei antenati, ma che non esiste più.

El Cansarèl

La giornata di oggi inizia con un buongiorno mattiniero da parte di mia mamma. Già! Ha deciso che tutti assieme dobbiamo riordinare, anzi svuotare i locali del piano terra di casa nostra e vi assicuro che non è un lavoro semplice, visto che a lei piace tenere tutto, ogni cosa è un ricordo, di conseguenza ogni oggetto ha una storia! Quando scendo il lavoro è già iniziato e il giardino sembra una discarica per quanti scatoloni ci sono! Non so neanche da che parte iniziare e così mi metto a curiosare, chiedendo cosa ne avremmo fatto di tutti quei cartoni. Ovviamente non si butta via nulla: ogni oggetto può essere donato oppure riciclato. Mi metto al lavoro prendendo alcune scatole di giocattoli dagli scaffali e noto che sopra all’ultimo sono rimasti dei contenitori che erano stati accuratamente coperti da un lenzuolo. Così decido di guardare meglio. Tiro giù dallo scaffale una specie di secchio, tra l’altro molto pesante, che, appoggiato a terra, fa un rimbombo da richiamare l’attenzione di mia mamma, che subito si avvicina per dirmi di stare attenta, perché quello è un oggetto da tenere (naturalmente!). Chiedo perché e noto che l’espressione del suo viso cambia: si emoziona solo a guardarlo! Ho già intuito che probabilmente è un oggetto che le ricorda sua nonna, con cui ha sempre avuto un legame speciale e anch’io ho dei bei ricordi dei miei bisnonni; lei, però, ha avuto la fortuna di stare molto molto tempo con loro, che le raccontavano un sacco di storie realmente accadute. Mi dice: “Questo vaso ha una lunga storia, diciamo che prima di arrivare in casa nostra, per rimanere coperto da un lenzuolo, ha avuto una vita intensa”. L’oggetto misterioso è un antico vaso in rame, in dialetto el cansarèl, o el cassirèl, (a seconda delle zone, perché il dialetto cambia da paese a paese, anche a distanza di pochi chilometri), un nome comunque simpatico a cui non siamo riuscite a dare una traduzione, se non quella di “vaso in rame”. El cassirèl, i casirèi, al plurale: le cucine più fortunate ne avevano due. Quando si voleva bere? “Me togo ‘na cassa de acqua”, si diceva. La cassa era una specie di ciotola, di mestolo di rame. La si immergeva nel cassirèl/cansarèl, pieno di acqua fresca, presa alla fontana. Con un sorriso dico a mia mamma che se andassimo in qualsiasi negozio di anticaglie ne troveremmo di più belli. Mi risponde: “Probabilmente hai ragione, ma questo è un pezzo unico, un oggetto che, se lo osservi attentamente, è in grado di emozionarti!”. La sua tradizione è antica. In passato era realizzato esclusivamente in rame e quello di cui parlo io ha addirittura il manico in ottone. Il suo diametro è di circa 24 cm, per un’altezza di circa 30 cm;  ha forma svasata con il fondo bombato; infatti è simpatico, perché appena lo sfiori si mette a dondolare facendo anche un bel rumorino. Ha un unico manico arcuato, perché veniva appeso sopra il lavello di marmo, al suo  gancio. Insomma, direi un oggetto notevole. In casa mia ricordo che per un periodo stava in un angolo del salotto, con all’interno una pianta verde. È un utensile che apparteneva ancora alla mia trisnonna. Penso che possa avere più di 130 anni. Mia mamma l’aveva sempre visto nella cantina della bisnonna, messo da parte, un po’ abbandonato, così le aveva chiesto se glielo regalava e lei le aveva detto: “Ad una condizione: non dovrai mai regalarlo a nessuno, a meno che non sia della nostra famiglia, e non dovrai mai venderlo perché questo secchio ha un valore inestimabile per noi e lo consegno a te perché tu lo possa tenere in casa pensando alla sua lunga storia”. Tutta contenta mia mamma aveva promesso di essergli fedele e per prima cosa aveva voluto farlo accuratamente sistemare, così da poterlo riportare al suo splendore iniziale. Dopo poco tempo, infatti, si era recata a Verona, in un negozio specializzato in restauri antichi e, come aveva varcato la soglia, il negoziante aveva messo subito lo sguardo sul secchio, facendole i complimenti per quel pezzo che teneva fra le mani. Le aveva spiegato che, ad oggi, il valore del rame è alle stelle e che, come quel contenitore, difficilmente se ne potevano trovare altri, di così raffinati. Sì, perché, guardandolo da vicino, si potevano notare delle decorazioni, o meglio degli intarsi su tutta la superficie. L’esercente aveva fatto di tutto per vedere se riusciva ad acquistarlo. Aveva iniziato con delle offerte economiche, poi era passato addirittura al baratto, ma mia mamma non si era fatta convincere. Aveva fatto una promessa e la voleva mantenere. Quell’uomo era talmente insistente, però, che prima di uscire dal negozio le aveva detto che quando fosse tornata a riprenderselo le avrebbe fatto ancora delle buone offerte economiche. La risposta restava però sempre quella: per mia mamma non esisteva prezzo! Invece molte donne, nel 1935, quando il fascismo aveva requisito loro le fedi d’oro, spesso il loro unico oggetto prezioso, in cambio di un cerchio di ferro che lasciava tutto il nero nelle dita, dovettero offrire alla patria perfino el cassirèl: l’Italia era stata sanzionata dalla Società delle Nazioni per aver invaso l’Etiopia e il regime ebbe il coraggio di fare questa campagna di rapina, chiamandola “oro alla patria”! Portando via dalle cucine perfino i cassirèi per l’acqua! Ma il nostro si era salvato, chissà come. Con un sorriso mia mamma mi stava raccontando questa pagina vergognosa della nostra storia e mi chiedeva con gli occhi: capisci perché certe cose non possono avere prezzo!? Il nostro cansarèl era una di quelle. Ora fa al massimo da soprammobile, ma ai tempi antichi veniva usato per la raccolta dell’acqua, mentre altri vasi molto simili servivano per cucinare ed erano detti ramìne (e ancora oggi in dialetto si chiama ramìna la pentola per fare il brodo, anche se è di acciaio inox!). Ho scoperto che il rame è un ottimo conduttore di calore, impedisce che i cibi si attacchino e brucino, diffonde la temperatura in modo omogeneo ed è praticamente eterno. La nonna Igina, così si chiamava, raccontava spesso la vita che conduceva e non era facile come ai giorni nostri. Una volta nelle case non c’era l’acqua e così si doveva andare alla fontana o al pozzo più vicino e trasportarla in contenitori che poi avrebbero utilizzato nelle case. In quella dei miei bisnonni, ancora oggi, quando si entra si nota subito una lastra di pietra lunga più di un metro. Al posto del rubinetto, incastrato nel muro vi è un ferro dove veniva appesa questo antico secchio: l’acqua era un bene prezioso e non se ne sprecava nemmeno una goccia. Siamo rimaste a lungo, la mamma ed io, sedute in giardino a guardare questo meraviglioso oggetto poi, senza dire nulla, l’ho preso e l’ho portato dentro perché quello è il suo posto, al riparo ma visibile agli occhi di tutti. Forse un giorno, quando sarò grande e avrò la mia casa, lo porterò via con me.

El guìndolo

L’oggetto antico di cui vorrei parlarvi è l’arcolaio. Quando ero piccola, passavo molto tempo dai miei nonni paterni in campagna nella loro grande casa che, a differenza del mio appartamento in città, è piena di oggetti interessanti. Quello che più mi incuriosiva da piccola e che tutt’ora trovo interessante è proprio l’arcolaio. Vedevo mia nonna usarlo; lei in dialetto lo chiamava guìndolo e col guìndolo dalle matasse di lana faceva dei bellissimi gomitoli. Io ero sempre con lei e volevo imparare quest’arte antica. Mi piaceva tantissimo, era il mio gioco preferito a tal punto che per Santa Lucia i nonni me ne regalarono uno piccolino, tutto per me, e fu una sorpresa speciale. In effetti la mia fiaba preferita in quel periodo era “La bella addormentata nel bosco”: penso di aver rivisto lo stesso film di Walt Disney almeno dieci volte. Una cosa che nella fiaba mi è sempre rimasta impressa era il fuso, la punta di ferro su cui la principessa Aurora si era punta per poi cadere  in un sonno profondo e incantato, da cui solo il principe, con il bacio del vero amore, sarebbe riuscito a risvegliarla. Diventando più grande, mi sono documentata su questo oggetto, per me speciale, che anche  mia mamma, avendo fatto il Nani, l’Istituto d’arte di Verona, aveva imparato ad usare. Non solo, ma perfino un personaggio della storia mondiale come il Mahatma Gandhi usava el guìndolo nei suoi anni in prigionia, un po’ perché voleva promuovere l’indipendenza anche economica del suo paese dagli inglesi, tornando alla produzione tradizionale e artigianale dei khadi, quei teli fabbricati con cotone filato a mano, famosi per la loro qualità, solidità e finezza, che lui stesso indossava sempre, simbolo di una vita semplice, con pochi bisogni; ma anche come una forma di meditazione e un modo per valorizzare il lento scandire del tempo intimo, impiegato a ritrovare se stesso. Per farvi capire meglio la magia di questo oggetto, vi devo spiegare un po’ la forma e la funzione. El guìndolo è uno strumento semplice che viene utilizzato per dipanare (sbrogliare) le matasse, ma una volta si usava proprio per filare la lana grezza. È uno strumento completamente di legno, con una punta di ferro centrale, fornito di una ruota azionata da un pedale, che permette la rotazione del rocchetto su cui si avvolgerà quindi il filo (che può essere di lino, canapa, lana…ecc). Poi ci sono le  alette, che permettono di distendere la matassa perché si avvolga regolarmente sul rocchetto stesso. Siccome è in continuo movimento, di un bambino, un ragazzo che non sta mai fermo, si dice da noi a Verona: “Te si’ un guìndolo”, edi qualcuno che si è dato da fare per preparare, per cercare, per aiutare:“l’è anda’ in giro come un guìndolo”. Dal fuso nasce invece il detto comune: “drito come un fuso”, per indicare qualcuno che sa cosa fare, che ha le idee chiare, senza tanti tentennamenti. Nei tempi antichi el guìndolo era un oggetto che veniva usato solitamente dalle donne, oggi invece in certi paesi, dove resistono dei lavori artigianali, anche i maschi hanno imparato l’arte di usarlo, che è poi è un bel simbolo della nostra vita di tutti i giorni: la matassa sono i grandi e i piccoli problemi giornalieri che noi piano piano riusciamo a risolvere, a sbrogliare, per farli diventare dei bellissimi gomitoli colorati.

I tre sono stati stati selezionati per la pubblicazione nel sito del concorso: https://www.narrazionidiconfine.it/concorso/che-storia-5/ 

Docente: referente Marcella Cecchini (materie letterarie)

Testimoni anziani: Luigi Aganetti, Dolores Bergamasco, Libera Speranza Cecchini, Igina Erbisti, Maria Pazzocco, Ferruccio Recchia

Foto  di: Giorgia Agnetti e Marcella Cecchini

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