Vivere il razzismo sulla propria pelle

Estratto dall’intervento di Emanuela Komsoom della classe 3B al convegno “Nella mia scuola nessuno è straniero” promosso dal Gruppo Radici dei Diritti e dalla commissione per la Cooperazione allo sviluppo internazionale dell’Università degli Studi di Verona.

Aula Magna/Polo Didattico G. Zanotto UNIVR

“Buon giorno a tutte e a tutti. Mi chiamo Emanuela Koomson, sono nata a Bussolengo, il 4 febbraio 2006. La mia famiglia è originaria del Ghana. Frequento l’Istituto tecnico commerciale Lorgna Pindemonte e mi piace molto andare a scuola, mi è sempre piaciuto. Fin da piccola, i miei genitori hanno insegnato a me e ai miei fratelli che non tutti ci avrebbero amati né trattati come gli altri bambini, perché per loro saremmo stati ”diversi”. Ero troppo piccola per capire l’importanza di queste parole. I miei, però, mi hanno anche insegnato a reagire, a mettere un muro davanti a certi comportamenti: mi hanno fatto capire che fuori dalla porta di casa avrei potuto subire del razzismo, ma che non avrei dovuto accettarlo come cosa normale: dovevo difendere il mio valore, la mia unicità da qualsiasi azione scorretta. Grazie all’insegnamento dei miei genitori, ora sono in grado di non sentirmi sbagliata io, quando subisco razzismo; ma dicapire che il problema è di chi lo sta compiendo. Forse rimarrete delusi da quel che racconterò, perché non si tratta di fatti eclatanti, di veri e propri maltrattamenti; tutti sappiamo, però, che c’è anche la violenza sottile, quella velenosa, che non si vede e che fa sentire ancora più soli, proprio perché gli altri attorno mica se ne accorgono.
La prima volta che ho subito razzismo, lo ricordo ancora perfettamente, ero alle elementari. Premetto che parto dal presupposto che non si nasce razzisti e quindi, se un bambino è in grado di fare atti di razzismo, è perché ha imparato dagli adulti o li sta imitando: atti simili non sono niente altro che il riflesso di
discorsi, su argomenti delicati, fatti in modo barbaro ed ignorante dai familiari a casa. Di conseguenza un bambino non ha gli strumenti per farsi un’opinione propria né tanto meno per capire l’importanza di questo problema e delle conseguenze dolorose che ne possono derivare.  Pertanto è molto importante sapersi relazionare con i figli, utilizzando un linguaggio adeguato, senza  trasmettere i propri pregiudizi.
Ma veniamo a ciò che è capitato a me. Quel  giorno mia madre mi aveva pettinato i capelli nella maniera che in Ghana si chiama “ahoma”: si usa un filo nero, sul quale si avvolgono per far sì che non si sfibrino e rimangano in ordine, perché i nostri capelli hanno delle caratteristiche diverse, ci vorrebbero, per proteggerli, prodotti che qui non sempre si trovano. Così si attaccano le treccine, come ho io oggi, oppure si usa quel filo nero per avvolgerli. Per me era normale: tante bambine in chiesa li avevano pettinati così. Una volta arrivata a scuola, invece, mi resi conto che i miei compagni mi  guardavano in modo diverso. Il peggio è stato quando siamo arrivati in mensa. Stavo mangiando con le mie amiche quando un mio compagno, con il solito gruppo di seguaci, è venuto da me e ha dichiarato che avevo dei capelli orribili e che  sembravo un alieno. L’unica immagine che ancora ricordo è questa: io che lo guardo stupefatta, mentre tutti gli altri ridono. Da quel giorno in poi non ho più amato i miei capelli afro, pensavo fossero sbagliati, quando invece mi identificano così tanto. Una situazione simile porta con sé dei danni a livello emotivo e crea grossi complessi nella bambina che la subisce perché non ha modo di difendersi. Questo episodio raccontato adesso sembra una cosa da niente, ma da quel giorno non portai più i capelli naturali: li odiavo, ogni volta volevo le treccine e chiedevo a mia mamma di usare la crema lisciante.  Qui in Occidente l’immagine della perfezione  è sempre data da persone magroline, di carnagione chiara,
possibilmente bionde e con gli occhi azzurri, come Chiara Ferragni! Così alcune bambine e ragazze nere  vengono messe sotto pressione fino al punto di utilizzare creme schiarenti e piastrarsi i capelli, o utilizzare creme liscianti per avvicinarsi a questa ipotetica immagine standard, accettata dalla società.
Il secondo episodio, sempre alle elementari, è il seguente: era il compleanno della mia migliore amica che aveva portato delle cose da mangiare per festeggiare insieme, con la classe. La maestra aveva dato l’incarico a me e ad altre due di distribuire le patatine. Mentre lo stavo facendo, arrivo da un mio compagno e quello mi dice che da me non avrebbe preso nulla perché le mie mani erano sporche. Nella mia mente non avevo realizzato cosa stesse succedendo, non me l’aspettavo, mi dicevo: “Per favore no, non ancora, non ora!”. Da quel giorno sono partiti molti dubbi: pensavo che per essere accettata dovevo essere come loro e proprio quella mia bellissima pelle fosse sbagliata. Probabilmente il mio compagno non ci aveva nemmeno pensato a ciò che mi aveva detto,  gli sarà sembrato di fare lo spiritoso, di farsi vedere grande, ma a me quell’episodio ha portato una grossa crisi d’identità, nonostante tutti gli insegnamenti ricevuti in casa: ma certe volte non si vuole correre dalla mamma, raccontare quel che ci addolora, mortificare anche lei. Tanti stanno zitti per non addolorare i genitori. Così si fa finta di niente, ma quella mortificazione, come dice la parola, porta la morte nel cuore.
Arrivata alle superiori non credevo che mi sarebbero successi altri episodi del genere, perché si presuppone che ragazzi di 14-15 anni sappiano come comportarsi; ma, si vede che non è per tutti così. Ricordo ancora quel giorno: eravamo in dad e stavamo facendo la pausa; sul gruppo di classe i miei compagni si mandavano degli stikers, quando, ad un certo punto, ne vedo uno razzista, proprio contro i neri. Non era per forza contro di me, ma in quel momento mi sono sentita invisibile, non rispettata né considerata: agli altri non importava di come mi facevano sentire, semplicemente non mi vedevano. Mi ero invece sentita visibile una domenica mattina. Nella mia chiesa io mi occupo dei bambini piccoli, cercando di aiutare le madri. C’era questa bambina che mi adorava e anche la sua mamma, che, un giorno, mi aveva fatto i complimenti e mi aveva detto: “Se dovessi avere un’altra figlia la chiamerò come te”. Che sorpresa quando scoprii che quella donna aveva realmente dato il mio nome alla sua bambina! Ero al settimo cielo! Lì mi ero sentita visibile, apprezzata e amata. Mi ero sentita così non perché ero nera, ma perché erano stati apprezzati i gesti che facevo: nonostante fossi piccola, per i grandi c’ero anch’io. Ecco, di questo si tratta: si ha bisogno di essere visti e considerati come individui, per come si è, per come ci si comporta, al di là di categorie razziali o sociali.
Quando si va a scuola si pensa di essere in un posto sicuro, si spera che la giornata vada bene, di riuscire ad affrontare compiti e interrogazioni, ma non ci si aspetterebbe mai di essere chiamata ‘cioccolatino’. L’anno scorso, in seconda superiore, era l’ultima ora, mancava poco per finire la giornata. Arrivò l’insegnante, finimmo lezione, ci stava dando i compiti quando mi disse : ”Hai  capito cioccolatino?!”. La guardai per capire se lo avesse detto a me: ma lei rimase in silenzio in attesa di  una risposta, e io, quasi automaticamente, senza pensare, risposi di sì. Lo stomaco ancora una volta mi si chiuse. Mi aspettavo di tutto, tranne che una docente potesse trattarmi in quel modo: possiedo un nome ed ho un’identità  come tutti i miei compagni ed è giusto che per essere chiamata quello si usi: Emanuela, appunto. Non le risposi subito, mi aveva preso alla sprovvista, ma il  rispetto viene prima di tutto. Aspettai la fine dell’ora e con tutta la gentilezza e l’ educazione che mi sono state insegnate, raccogliendo anche tutto il mio coraggio, mi avvicinai e dissi a quella docente che non avevo gradito ciò che era appena successo, che mi chiamasse così. Lei mi rispose che non sarebbe mai più accaduto. Ciò che mi lascia ancora perplessa è che se non fossi andata io da lei, lei non mi avrebbe detto nulla.
Molto spesso quando si fanno commenti spiacevoli non ci si rende conto della gravità o non si dà il giusto peso alle parole. Quando si vuole evitare una discussione su questo argomento subito le persone si difendono dicendo che stavano scherzando, che hanno amici neri e stranieri e che quindi non sono razzisti. Non serve a nulla, però, dire a voce di non essere razzisti perché dirlo non fa di te una persona non razzista: sono i fatti, i modi di essere, gli
atteggiamenti, la sensibilità a determinarlo.
Gli anni sono cambiati e di conseguenza anche il razzismo, possiamo dire, si è “evoluto”: se inizialmente si limitava a una battuta o a una presa in giro a scuola, la questione si concludeva quel giorno stesso, una volta arrivati a casa si poteva almeno stare in pace, non ti trovavi le persone che ti insultavano dai social: ora, invece, capita che qualcuno faccia del razzismo a scuola, ma poi continui nel gruppo di classe, oppure sui social, dove la gente può anche scrivere in anonimo, condividere e creare perfino delle fake news al riguardo, rendendoti la vita un vero e proprio inferno senza neanche conoscerti.
Esiste una sola parola che la comunità nera chiede alla comunità bianca di non dire: la N-Word: la parola n**ro è un insulto razzista. Dietro queste cinque lettere c’è storia, sofferenza, sangue, discriminazione e dolore. Credo che la gente la usi senza rendersi conto, oppure pensa di avere il diritto di dirla solo perché ha un amico nero; ma non è così, anzi, molto spesso rimango colpita da chi permette ai suoi amici di farsi chiamare così. Di solito chi lo fa ne sminuisce  la portata, dicendo che intanto è solo una parola! Non si pensa davvero al peso che hanno le parole. Questa parola è un insulto che reca dolore, rabbia, sconcerto e ferisce molto chi la riceve.
Noi figli di immigrati viviamo una realtà  non semplice: siamo figli di una terra che non sempre ci accetta del tutto: pur parlando e pensando nella lingua italiana, avendo frequentato qui le scuole, per questo paese ancora rimaniamo degli estranei, come figli di una terra dove tante volte noi non abbiamo neanche mai messo piede. Io, per esempio, in Ghana non ci sono mai stata.
Sono una ragazza di 17 anni e  sono fiera di essere nera. I miei antenati hanno lottato per poterci far camminare liberamente e a testa alta. Hanno combattuto  perdendo le loro vite perché  noi potessimo vivere liberi. Continueremo a credere nella giusta causa dell’uguaglianza e del rispetto per tutte le persone, indipendentemente da dove vengono o da che lingua parlano, o da che religione professano, perché noi non siamo un colore, non una religione, non una lingua, ma solo esseri umani.”

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